Presentato al Sundance film Festival nel 2017, esce direttamente in Home Video in Italia, A Ghost Story, film scritto, diretto e montato da David Lowery, con protagonisti Casey Affleck e Rooney Mara.


Che cosa racconta un luogo? si direbbe che un luogo, a differenza di una persona, racconta il passaggio del tempo, anche un tempo estremamente dilatato, o estremamente contratto, e le storie di tutti coloro che lo hanno abitato o la abiteranno.

Non solo, un luogo può narrare, anche in modo non lineare, i passaggi critici di una Storia più grande, partendo dal molto piccolo, dal luogo che ancora non esiste, che è sogno (e incubo) di pionieri, fino a divenire un non posto, fatto di strutture futuristiche, quanto asettiche.

La Storia di un luogo fantasma

Tecnicamente ben diretto da David Lowery, così come da lui scritto e montato (o non montato e lasciato a lunghi piani sequenza molto fluidi), A Ghost Story, film presentato al Sundance Film Festival colpisce soprattutto per una ottima colonna sonora, che ben si adatta ad ogni singolo frame. Del resto l’ unico lungo monologo di tutto il film parte dalla musica per eccellenza, la nona sinfonia di Beethoven, intermezzo che attraverso voli pindarici fra fisica, filosofia e arte, ribadisce la vacuità di ciò che ci renderebbe grandi e immortali, perché tutto l’ universo si ridurrà, non a caso,  ad un segno per noi invisibile.

Il segno che resta

Particolarità tutt’ altro che da sottovalutare è la scelta stilistica del formato cinematografico in 4/3. Le immagini con un aspect ratio 1.33:1 infatti, non solo annullano il senso avvolgente del wide screen, ribadendo la solitudine di cui siamo testimoni e protagonisti, facendo si che l’ occhio della telecamera si fissi sul primo piano dei singoli attori, che invade spesso tutto il fotogramma, ma se riprende una persona e il fantasma, lo deve fare sfruttando piani e profondità diversi, sottolineando, in contrasto con le scene di intimità, un distacco incolmabile, una divisone netta che trascende la realtà fisica e immanente; non solo, l’ assenza di immagini più ampie, a cui siamo ormai abituati, comunica indirettamente, ma molto efficacemente, l’ impressione di qualcosa di assente, di mancante, di non impressionabile sulla pelicola, che sfugge all’occhio umano.

La solitudine del punto di vista

Apparentemente parte di un sottogenere dell’ elaborazione del lutto, in A Ghost Story un luogo specifico, e apparentemente anonimo,  narra la storia di un fantasma e lo fa mantenendo tutti gli archetipi del genere, ma modificandone il punto di vista e la nostra percezione del tempo, adattandoli ad una struttura narrativa originale, nella quale il nostro sguardo e quello del fantasma convergono, divergono, si incontrano e si sovrappongono senza soluzioni di continuo.

Lo spettatore/fantasma guarda la storia prima e dopo di sé, senza riuscire ad interagire con essa, perchè prigioniero del luogo stesso. Non è li’ per comunicare con i vivi, non è li per trovare una via di fuga, è lì perché in quel particolare pezzo di terra, come fosse il punto di fuga di un piano prospettico, converge tutto quello che ha avuto veramente senso nella sua storia.  Lo stesso “C”, prima di vestire l’ iconico lenzuolo, non vuole lasciare quella casa perché lì risiede la storia sua e di “M”.  Così inizia il suo viaggio volto a rimanere fermo, immobile, perché in attesa che, in qualche modo, quella storia di vita, amore e morte, possa essere rivissuta, rivisitata, e finalmente compresa e “compressa” in un singolo e personale messaggio, perché la storia di un fantasma trova la sua cesura, solo quando raggiunge il suo ultimo frammento di vita.