Disponibile per gli abbonati Sky, sul cnale Sky Atlantic la serie Chernobyl, serie evento diretta da Johan Renck e scritta da Craig Mazin, con protagonista Jared Harris.
Già fenomeno di culto ancor prima di approdare sugli schermi italiani di Sky Atlantic, dopo un enorme successo di pubblico e critica negli Stati Uniti, arriva la serie Chernobyl, già da molti reputata una pietra miliare della produzione televisiva degli ultimi anni.
Cercando di mettere da parte gli aspetti di critica politica e sociale, l’ideologia sovietica incarnata da taluni personaggi e le critiche che sono seguite da parte della Russia, andiamo a comprendere perché questa miniserie targata HBO sta lasciando un segno così profondo.
Le cinque tappe del dolore
Cinque episodi compongono Chernobyl tutti diretti da Johan Renck e scritti da Craig Mazin, cinque tappe alla ricerca della verità sia quella relativa alla causa del più grande disastro nucleare della storia, sia quella umana, fatta di personaggi che rimangono a lievitare nell’intimo della nostra coscienza, facendosi strada e prendendo possesso pian piano delle nostre emozioni, veicolandole leggiadramente verso una verità più profonda e personale. È proprio questa ricerca sfaccettata del vissuto che comunica il dolore multiforme dell’uomo di fronte all’impossibilità di evitare i danni, di trovare una soluzione.
Chernobyl non dà soluzioni, non le può concedere proprio dal punto di vista scientifico, lascia spazio al massimo a piccole vittorie che hanno evitato qualcosa di ancora più grave, ma richiedendo un prezzo terribile, perché solo l’uomo e non la tecnologia, la sua natura fragile può trovare delle soluzioni ad un suo errore.
Un cast superbo per una storia reale che penetra nella carne
Ottime le interpretazione dei protagonisti, il vicepresidente del consiglio Boris Shcherbina interpretato da Stellan Skarsgård, lo scienziato Valerij Legasov che porta volto e voce di Jared Harris, entrambi chiamati dal Cremlino per mettere le loro capacità al servizio della sicurezza, ma non solo e non tanto delle persone, quanto di una reputazione
E’ come un onda radioattiva la miniserie Chernobyl, qualcosa che apparentemente narra la realtà e basta, ma che in verità penetra sotto la pelle, si fa strada tra i tessuti e ti coinvolge al punto di non poter più evitare di dare il giusto peso a quella esperienza che ci viene fatta vivere. Si percepisce dentro di noi l’ aria malsana che circola in quelle lande ormai desolate, a volte talmente intensa da bruciare, altre volte più subdola, che si concede tempi più lunghi per propagarsi, che non si manifesta in superficie, ma va a scavare nelle viscere, lì dove si cela la nostra paura. Perché a Chernobyl non è avvenuto solo un incidente; si sono create, abbiamo realizzato condizioni nuove al nostro pianeta, abbiamo affrontato quell’ indissolubile connubio che c’è tra creazione e distruzione.
Eventi resi semplici e drammatici nella loro ineluttabilità
Come fosse una reazione chimico/fisica, e di per se lo è, il regista mescola sapientemente i vari piani narrativi, ricostruisce guidandoci con mano ferma gli eventi occorsi, rendendoli semplici e nella loro drammaticità insopportabile, comprensibili. Complice una sceneggiatura che non perde un colpo e che tiene alta la tensione pur trattando materiale storico del quale gli esiti sono sperabilmente noti ai più, la serie ci fa vivere per la prima volta o rivivere per chi c’era, una atmosfera di crescente tensione, ci rende protagonisti di una indagine della quale conosciamo i colpevoli , ma nella quale veniamo attratti da tutto quello che c’è di contorno , quelle persone che, consce o meno di cosa stava accadendo e del destino che le attendeva, hanno fronteggiato un peccato di ubris cercando di riscoprire l’umanità in tutte le sue caratteristiche sia positive che negative.
