Da oggi nelle nostre sale il nono film di Quentin Tarantino, presentato allo scorso festival di Cannes

Arrivato alla sua nona opera, (e a detta sua la penultima se rimarrà dell’idea di concludere la sua carriera al decimo lungometraggio) Quentin Tarantino mette in scena una Los Angeles diversa, una città e una icona che si appresta a cambiare pelle.

La dissoluzione di Hollywood

Siamo nel 1969 e la Hollywood del titolo e ormai agli sgoccioli, si sta lentamente dissolvendo per lasciare posto alla New Hollywood che vedrà i suoi natali nei primi anni 70. Ancora una volta Tarantino rivolge il suo sguardo ad un periodo storico e ad un avvenimento che ha scosso l’agosto del 69, quel giorno nel quale quattro membri  della “famiglia” di culto di Charles Manson hanno fatto irruzione nella casa di Los Angeles dell’attrice incinta Sharon Tate uccidendola. Ancora una volta dalla ricostruzione minuziosa storica si passa ad una rilettura fiabesca della realtà, condita da una certa malinconia e sguardo di affetto. È una radiografia sorprendentemente vitale di un mondo scomparso Once Upon a Time in Hollywood, dal quale il regista non vuole farci sentire alienati, ma partecipi ed empatici.

L’incontro tra finzione e realtà

 In Once Upon a Time in Hollywood finzione e realtà si incontrano, si scontrano e sono speculari l’una all’altra. Ci troviamo di fronte ad una rilettura fantastica di un passato che il regista guarda come ad un idillio perduto, talmente eroso dal tempo da poter essere terreno fertile per infinite possibilità narrative, prima che devii verso l’inquietante.

Protagonisti del film sono infatti  Rick Dalton (Leonardo Di Caprio), una star della TV Western che sta affrontando un periodo di crisi a livello attoriale e che è il vicino di Sharon Tate su Cielo Drive, e il suo unico amico Cliff Booth (Brad Pitt), la sua controfigura e suo confidente che vive in una roulotte.

Due volti della stessa medaglia della stessa Hollywood che sta svanendo, uno che ha smarrito la sua gloria di attore protagonista anni 50 e cerca disperatamente di sentirsi comunque parte integrante di Hollywood ( insiste sul fatto di possedere una villa, non di averla in affitto), l’altro che vive alla giornata , in un territorio che sente suo, sul quale scorrazza il suo amico, ma che dà anche un passaggio ad una giovane hippie che lo porterà in un luogo nel quale più che in ogni altro ci viene mostrato lo scheletro di una Los Angeles ormai passata e nelle cui macerie  sta nascendo qualcosa di sinistro.

Il cinema nel cinema per il cinema

Ma Once Upon a Time in Hollywood trova la sua summa in una figura che, seppur sta  meno tempo sullo schermo rispetto a entrambi i protagonisti maschili, lo riempie di una luce particolare, tanto vitale quanto ingenua. Margot Robbie che interpreta Sharon Tate, ha una sequenza nel film nella quale  si imbatte in un cinema, il Bruin, che proietta il suo film più recente, The Wrecking Crew con Dean Martin. Fa notare alla biglietteria che lei è presente nel film e vi entra gratuitamente, distesa sulla poltrona con i piedi nudi ( feticcio di Tarantino) appoggiati sullo schienale di fronte a lei.

Il cinema nel cinema per il cinema. Commovente è l’attesa con la quale la  Sharon Tate di Tarantino attende le reazioni del pubblico alle sue battute.

La parte conclusiva del film cambia decisamente registro, lasciandosi andare allo splatter ed ad un tono che da surreale passa direttamente al grottesco.

Rimane questa visione nostalgica per un periodo storico irripetibile, che si è spento poco dopo, ma che ritrova la luce attraverso la proiezione del film di Tarantino.