Nelle nostre sale Rambo: last blood, l’ultimo capitolo della saga di Rambo, iniziata nel lontano 1982
Era il 1982 l’anno dell’uscita del primo “Rambo: first blood”, la prima volta che Sylvester Stallone interpretava il berretto verde veterano del Vietnam che si aggirava zaino in spalla sulle strade dell’Oregon. Il libro da cui è tratto il primo film , scritto da David Morrell nel 72 vedeva la morte del soldato nel finale. Stallone, accreditato in sceneggiatura, lo fece sopravvivere dando luogo, dopo Rocky, ad un nuovo franchising.
37 anni da Rambo
Oggi a 37 anni di distanza esce “Rambo: Last Blood”, il quinto e ultimo film della serie. Nel 2008 vedevamo John Rambo tornare dalla Birmania a casa, in una fattoria in Arizona e qui è rimasto negli ultimi 10 anni, periodo nel quale ha vissuto in tranquillità nel suo terreno in compagnia di una donna messicana e di sua nipote Gabrielle (Yvette Monreal), con la quale ha un rapporto paterno. Se il primo capitolo della saga vedeva un giovane Stallone reduce del Vietnam che non riesce più ad integrarsi con la società, che soffre di disturbo post traumatico da stress, che è alienato e mal sopportato quando non respinto dal paese per cui ha combattuto, il Rambo di Last blood sembrerebbe aver trovato un angolo di pace e la stabilità di una struttura familiare, di aver a modo suo riscoperto una sua terra natia, anche se la costella di tunnel sotterranei che fanno molto Vietnam. La fattoria di Rambo è America in superficie e terra di nessuno, cupa e inospitale in profondità un po’ come l’ex berretto verde .
Dolore e rabbia
Tutto questo verrà sconvolto e il vecchio Rambo dovrà reindossare i panni della macchina da guerra inarrestabile, dovrà nuovamente trasformare il dolore in rabbia. Tutto questo andrebbe bene e non si poteva attendere da questo ultimo capitolo un romanzo bucolico, ma il problema risiede nel modo con il quale si passa dal punto A di vita ritirata e serena, al punto B di guerriglia disperata. Le figure femminili che circondano Rambo ( ci sarà anche una reporter messicana interpretata da Paz Vega) sono poco efficaci, mancano di profondità e la storia pecca di fantasia lasciando lo spettatore poco coinvolto dagli eventi, mancando della giusta grinta e intensità.
Il regista, Adrian Grunberg dirige in modo piatto, senza dare il senso più drammatico e viscerale alla violenza che mostra, tanto quanto non coglie con mano delicata i momenti frammentari di solitaria pace dell’incipit. Il film appare rozzo nel delineare i vari passi all’interno dell’animo del protagonista e manchevole di fantasia nel tracciare il suo arco narrativo, che si rivela banale e scontato.
L’ultima innocenza
Il film mostra una nuova minaccia all’innocenza americana, ma lo fa senza una giusta rete emozionale, in modo meccanico, senza che i veri esecutori delle malefatte abbiano un minimo di tridimensionalità finendo così per essere solo carne da cannone. Il film avrebbe potuto e dovuto essere una allegoria sul confine (tra nazioni, tra generazioni), ma perde del tutto questo tema, mostrandoci una Arizona ridotta al solo ranch di Rambo e un Messico fatto solo di cartelli criminali, un paesaggio stereotipato invece che archetipico, la casa un concetto astratto seppur impresso dalla cinepresa, un confine inesistente e impalpabile nel senso più negativo del termine.
Colpisce la crudezza della vicenda e la solitudine nella quale Rambo tornerà a vivere nel finale. Ancora una volta un sopravvissuto incapace di vivere, un ricordo che sbiadisce.
