Blonde, il film di Andrew Dominik, tratto dal romanzo di Joyce Carol Oates, con Ana de Armas protagonista è disponibile su Netflix, dopo la sua presentazione a Venezia.

“Un’ orgia di prove” con questa espressione tecnica il personaggio di Colin Farrell in Minority Report definisce la scena del delitto che si trova davanti. In gergo poliziesco va a definire un numero di elementi a favore di una interpretazione dell’accaduto troppo pomposa ed esagerata per essere vera. Guardando Blonde di Dominik la sensazione è proprio quella di trovarsi di fronte ad una scena di un delitto, ma una scena composita e dilatata nel tempo, un mosaico fatto dal montaggio di vari episodi della vita di Norma Jean/ Marylin ognuno dei quali è una prova schiacciante, e creata con mano non particolarmente raffinata, di come ogni momento mostratoci giustifichi il funesto finale.

Blonde è un orgia di prove. Prove che vengono sbattute con durezza in faccia allo spettatore di come tutti siano carnefici (e il riferimento alla carne è ben presente nella pellicola) della povera protagonista. Se c’ è una ricerca esasperata del corpo e della carne, comprese due scene di aborto viste da un punto di vista uterino e un poco convincente ed estremo feto parlante, non si ravvisa la stessa capacità di ricerca di ciò che la carne crea, ovvero la mente.

La struttura comportamentale della Bionda risulta essere bicromatica, fatta di una semplice divisione dicotomica e manichea fra Norma Jean e Marylin. Anche qui la mano del regista e sceneggiatore risulta alquanto pesante, ribadendo un senso, già ampiamente esplicitato, del doppio con l’uso dello specchio e della costellazione dei Gemelli. Il film appare assai complesso in prima istanza, ma si rivela soprattutto ricco di artifici tecnici più che di una vera articolazione raffinata e sfaccettata della narrazione.

Abbondano i cambi di filtri, i passaggi dal bianco e nero al colore, i tecnicismi, ma nulla che porti la pellicola ad avere un maggiore spessore. Dominik, come la sua protagonista, procede per accumulo di esperienze senza che una cancelli l’altra attraverso un progresso tanto cinematografico quanto umano. Marylin non si evolve, ristagna negli stessi errori, nella esasperante ricerca di un padre, e anche la recitazione di Ana de Armas non aiuta con il suo ripetitivo “Daddy”.


Anche lo studio iconografico, operata dal regista sugli scatti fatti alla diva, non è in grado di restituirci una maggiore autenticità con la continua alternanza di formati, che sembrano più un esercizio di stile; non è  capace e non riesce Dominik a creare quella atmosfera di attesa che può dare una foto, degna di un quadro di Hopper, per poi metterla in movimento in modo armonico e fascinoso. Tutto scorre come un fiume in piena che deposita materia e materiale, ma tutto quello che si percepisce e solo lo sfociare di quel fiume in un abisso buio e informe.

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