Leone d’argento per la regia allo scorso Festival di Venezia, Bones and All, il film che vede tornare a lavorare insieme Luca Guadagnino e Timothée Chalamet, esce domani nelle sale italiane. La nostra recensione.
Quadri che descrivono l’America bucolica, gli stati delle grandi pianure, le immagini iconografiche di una nazione nella nazione, stretta fra due coste, come le viscere di un corpo sono contenute da gabbia toracica, plessi muscolari e tendini. Questi sono i primi fotogrammi che introduce guadagnino, quelli degli stati uniti celebrati nella pittura di Benton. Il più famoso allievo di Benton è un tale Jackson Pollock che quell’ America la descrive, ma non con un tocco realistico, ma con l’ astrattismo formale, informale, fino allo sgocciolamento. Un po’ forse è questo che voleva fare il regista, partire dai paesaggi, passare ai corpi e dai corpi ai segni che la loro consumazione porta. Il problema è che quella capacità di astrazione ricchissima di sentimento, in Bones and All viene a mancare. Vi sono le gocce ( di sangue), vi sono pennellate rosso vivo da action painting, ma rimangono immagini prive di tensione emotiva.
Sarebbe fin troppo facile associare questo film al rito di passaggio dall’ adolescenza alla vita adulta, pertanto partiamo invece dal primo episodio che i protagonisti sperimentano. Entrambi manifestano il cannibalismo, perché penso si possa spoilerare che di questo parliamo, con le babysitter, ovverosia con una figura surrogato di quella materna, ma che quell’ odore che emana la madre e che gli esseri umani imparano a riconoscere fin dai primi attimi di vita, non lo possiede. In un film nel quale l’ olfatto ha un così importante peso nel riconoscersi fra cannibali e quindi fra ” diversi” o nel riconoscere i diversi, potenziali prede, a seconda del punto di vista, il primo assaggio della carne avviene verso la persona che interpreta un ruolo, ma non è legata ai protagonisti dal sangue ed è pertanto percepita come estranea, come non facente parte della loro “specie”.
La fame incoercibile che caratterizza i personaggi viene assai spesso espressa a parole, ma quell’ urgenza da dipendenza tossica non si percepisce e le uccisione perdono in tal modo quel giusto peso emotivo che dovrebbero indurre nello spettatore.
In Bones and all vi è un continuo viaggio, figlio di tanto cinema americano, ma nel caso specifico in verità più prole del cinema e dello sguardo che hanno avuto gli europei che hanno girato nelle terre desolate degli stati centrali dell’ unione.
Come in tutti i Road Movie che si rispettino vi saranno una serie di incontri, una serie di passaggi evolutivi alla ricerca di se stessi e di una propria etica e morale all’ interno del loro inevitabile e necessario modo di vivere, sempre ai margini, sempre in fuga. La protagonista andrà anche alla ricerca delle sue origini, ma troverà solo un passato menomato, che non cerca di comprenderla, che vuole consumarla. Allora si torna a viaggiare senza una vera meta, alla ricerca all’interno dei non luoghi dell’ America delle mean streets, di un posto dove poter mettere radici, ma la meta non sembra raggiungibile, non sembra esistere in questa vita e pertanto si ricerca la propria metà, ma anche questo appare un equilibrio che non può sostenere il peso di quello che si è nel profondo e amare diventa possedere, diventa, volenti o nolenti, l’ estremo sacrificio: nutrirsi dell’ altro.
