Martin Scorsese dirige un film complesso e potente, che va alla ricerca delle radici di una nazione, con la consapevolezza che nulla del mito della frontiera ha concimato la nuova terra: la recensione di Killers of the Flower Moon.

Killers of the Flower Moon e i padri dell’America

Negli Stati Uniti d’ America mancano i padri. Ci sarebbero i padri fondatori, ma come recita Anthony Hopkins in Amistad (interpretando fra l’ altro quel John Quincy Adams, figlio del secondo presidente Usa) a lungo, più a lungo possibile, si deve negare di avere bisogno degli antenati come guida, perché gli Americani troppo amano essere individualisti e “guardare a chi eravamo” è un segno di debolezza che non va manifestato. Walt Disney del resto l’ aveva espresso in modo chiarissimo. Ci sono zii fra i personaggi iconici, nipoti, ma padri mai.

Killers of the Flower Moon si apre su un padre, un capo tribù Osage, conscio della fine della sua civiltà, che compie un gesto intriso di significato. Seppellisce una pipa dal valore simbolico, rituale e religioso; seppellisce il passato che non tornerà più e di fronte al quale si prova vergogna. Siamo negli Stati Uniti però e la terra risponde. Dalle viscere dell’ Oklahoma zampilla petrolio e i giovani Osage si lasciano coprire da quella pioggia nera che rappresenta il passaggio alla cultura degli zii bianchi, quella del capitalismo sfrenato e del dio denaro. 

Gli zii dal portafoglio gonfio e i nipoti inetti

Ecco allora che De Niro, nuovamente tornato a recitare credendoci, è lo zio, reale per il protagonista interpretato da Di Caprio, strumentale per tutti gli abitanti di Fairfax dalla pelle bianca, subdolo e tossico per tutto gli Osage, diventati troppo ricchi per avere la pelle non eburnea. Torna la dinamica alla base della nascita di una nazione, che come dice Daniel Day Lewis ne Il Petroliere, non genera figli, non è fatta di padri e quelli che si spacciano per propri figli sono solo ” bastard in a basket”.

La nazione nasce dalla pioggia sporca fatta di gocce di oro nero, che non danno linfa vitale alla terra, ma la rendono sterile, priva della capacità di creare qualcosa di vivo,  solo tomba della natura che un tempo vi è stata. Ogni pozzo di petrolio è infondo una antica tomba da cui si trafuga ogni goccia di significato per sfruttare il valore monetario di ciò che è sepolto e l’ impronta culturale che lascia l’ uomo bianco sugli Osage non si basa su una dinamica di azioni dissimile. 

Cifre stilistiche, commistioni di generi e cambi di registro per narrare una povertà originaria

La verità che vuole narrare Scorsese, in una pellicola così ricca di cifre stilistiche, commistioni di generi e cambi di registro, finisce per essere ricostruzione non per immagini, ma per parole, fra l’ altro enunciate dal regista stesso. L’ unica Storia della nascita feroce e sanguinaria e sporca di una nazione sembra dover essere conclusa tornando alle origini, alla trasmissione orale, non più in una tenda, ma in un tendone di una trasmissione radiofonica.

Forse per la prima volta Scorsese accetta il fatto che per creare prima si debba distruggere e con sguardo impietoso la sua ultima opera distrugge una visione mitica, edulcorata, connivente, di quello che è stata la frontiera, il West, l’ America di Ford (sia il regista che l’industriale), ma anche il suo cinema che guardava con fascinazione alla vita criminale ed al sogno americano che veniva distorto.

L’ inetto nipote interpretato da Di Caprio è emblema di come non ci fosse nulla di reale e lo zio De Niro e uno dei Re del nuovo mondo, che hanno cresciuto una neonata nazione cancellandone il passato, persino il proprio, e concimandone la terra con i cadaveri di chiunque si frapponesse fra loro e il potere.

Ormai Scorsese ha 80 anni e che la morte non sia più un pensiero fugace ben si percepisce nella voglia di raccontare, di tramandare e anche dolorosamente, di lasciare il segno.