Disponibile ora in home video Perfect Days, il ritorno di Wim Wenders al cinema di finzione e a livelli artistici degni dei suoi lavori migliori.
I fotoni, in senso letterale e scientifico, non hanno tempo. Per loro natura viaggiano alla velocità maggiore conosciuta nell’universo e pertanto il tempo non è una variabile dal loro punto di vista. Per un fotone che parte dal sole i minuti che lo separano dal contatto con il sasso su cui viviamo non sono mai trascorsi, non sono mai esistiti.
Catturare la luce fra le ombre
Catturare la luce, imprimerla su pellicola, rendere quel raggio il segno indelebile dell’esistenza qui ed ora di una persona, di una vita, di una storia che vuole e deve essere compressa in un attimo e in un frammento bidimensionale, come una foto, per essere compresa e sopportata. Così vive Hirayama, così vede il mondo.
Un raggio di sole filtrato dalle cime degli alberi che sembra salutarlo, rispettarlo e soprattutto osservarlo con una attenzione benevola e sospesa nel giudizio, che solo chi ricambia sa cogliere. Hirayama non vede, guarda con attenzione i singoli oggetti, le piccole cose, le persone che, come il senza tetto, tutti ignorano.
La routine come scudo all’imprevisto
Ascolta sempre le stesse vecchie canzoni perché sono la sua colonna sonora, perché sono note conosciute e parole familiari come una preghiera, che non possono ferire a tradimento come una nuova composizione.
Hirayama è come un frate, gentile tanto quanto metodico, che entra in contatto in modo del tutto inconsueto ma continuativo con luoghi nei quali riesce a cogliere l’intimità taciuta di tante persone e dei quali con attenzione certosina pulisce ogni parte, come se si trattasse di altari sacri.
Hirayama è un monaco, un uomo in fuga dal suo mondo passato, incapace di accogliere ciò che il tempo ha apportato come progressi o presunti tali, volutamente incastrato in una routine giornaliera, fuori dal tempo, perché il tempo non c’è, non ci può essere.
Il taglio del tempo
La vita deve rimanere cristallizzata ad un momento nel quale i demoni, mai descritti, ma visibilissimi in negativo nella figura angelica di Hirayama (che come approccio al rapporto con gli altri ricorda tanto il Bruno Ganz de Il cielo sopra Berlino) erano ancora ombre gestibili.
C’è un ricordo del prima partorito dalla mente che chiamiamo passato, una fantasia del domani immaginata dal nostro cervello che ci illudiamo sia il futuro, ma questo Hirayama non può concederselo, non può sopportarlo, deve vivere il momento singolo e tagliare il tempo che scorre in tante fette istantanee, in tante foto di raggi di sole, perché la luce crea anche le ombre, che seppur non si sommano se sovrapposte, stanno sempre presenti a ricordarci che l’ oscurità è lì in agguato.
