Disponibile nei formati DVD, Blu-Ray e 4 K il nuovo film di Jonathan Glazer, La zona di Interesse, vincitore di due premi Oscar, per il miglior film in lingua straniera e il miglior sonoro. Ecco la nostra recensione.

La Zona di Interesse non è un prodotto cinematografico che voglia avere nulla a che fare con il concetto classico del cinema. Non lo ripudia, ma semplicemente non gli interessa. Perché il cinema classico sarà anche stato in grado di regalare immagini e sequenze indimenticabili e indimenticate, ma lo ha sempre fatto prendendo gli elementi che un film può sollecitare nello spettatore (le immagini in primis, le musiche,  gli effetti sonori), li rende mattoni, calce e telai e ne fa un’ affresco finale dal quale veniamo incantati. Non è un affresco finale che mettiamo insieme noi, è già stato dotato del suo significato e del suo peso specifico storico, o morale o grottesco o una cornucopia di tutti. La zona di interesse no.

Immagini dissonanti e suoni di contorno

Il film di Glazer ti mette difronte a immagini che possono essere interpretate in un modo, ma che poi non si armonizzano con le scelte colorimetriche, che non trovano nel accompagnamento musicale né un mero rimarcare una emozione né la volontà di fare da contrappunto a quanto si sta proiettando, ma soprattutto gli effetti sonori non sono congrui a ciò che vediamo. Non siamo portati a vedere un arazzo e ammirarlo, siamo costretti a vedere i singoli nodi della trama, senza nessuna possibilità ne volontà di scioglierli ne di armonizzarli in figure. La nostra mente subisce una continua dissociazione fra ciò che i suoi sensi inviano alle varie zone come elaborazione dei messaggi audiovisivi percepiti e questo porta già di per sé ad un risultato importante. Perché se la nostra mente non è nella sua confort zone, ma nemmeno riesce a capire quale parte della sua corteccia debba predominare perché diventi la zona di interesse, allora quello che stiamo sperimentando è quanto di più simile alla vita quotidiana, al consueto, al già conosciuto o vissuto come tale.

Le zone di interesse e disinteresse

Certo non è facile in un primo momento pensare che il nostro cervello si abitui a tutto, basta un breve lasso di tempo e alla fine tutte le incongruenze della realtà, anche le più terribili e spaventose, diventeranno momenti di semplice vita giornaliera. Il film di Glazer spaventa e spesso viene rifiutato o liquidato in due parole perché trovarsi nella posizione di non poter vedere tutto ciò che accade oltre il muro di cinta della villa del protagonista, ma sentirlo di sottofondo, continuo e inesorabile, ci mette nei panni di chi decide che una parte delle stimolazioni che sta vivendo non va interpretata o peggio va interpretata e accettata come ogni altra verità banale, che basta privare di un senso come la vista, per togliergli un significato assoluto.

Il significato dato dalla fusione dei sensi

Non ci sono indiani e cowboy, giubbe blu e giubbe rosse, non ci sono due tipi di esseri umani, non c’ è uno scontro, semplicemente una parte dell’ umanità si trova da un lato del muro e noi con loro e quindi noi spettatori siamo finalmente nell’inevitabile situazione di essere, attraverso il nostro sguardo, i carnefici. Noi uomini che passiamo il nostro tempo, sembra voler sottolineare nel finale il regista, ancora nella speranza che aspirando via cenere e polvere si possa ripulire anche il nostro passato e scordarsi che siamo nulla più di granelli di questi, cristallizzandone il terrore in un museo i cui vetri, seppur puliti in modo certosino, ben ci distanziano da ciò che è la nostra storia. 

È paradossale, ma le immagini delle scarpe ammassate, delle valige arroccate una sull’altra, delle vesti logore esposte come Sindoni,  dovrebbero testimoniare l’ orrore commesso, le atrocità, le nefandezze, eppure, mai viste indossate o portate a mano, sono così fascinose, come opere d’arte contemporanea, bellissime accumulazioni per lo sguardo di un cervello che Glazer vuole sfidare a essere l’ antitesi del manicheo, anche su argomenti che sono archetipicamente dualistici, e pertanto renderlo capace di accettare che l’ uomo non crea, distrugge e si distrugge e viene distrutto, solo in tanti modi e tempi diversi.