Uscirà nelle nostre sale il primo di gennaio il nuovo film di Robert Eggers, Nosferatu, rivisitazione del capolavoro di Murnau e del mito del vampiro creato da Bram Stoker.
Murnau e l’influenza dell’espressionismo tedesco
Era il 1922 quando Murnau, non riuscendo ad acquisire i diritti del romanzo Dracula, dirigeva un film con il titolo Nosferatu, modificava l’ ambientazione (dall’ Inghilterra alla Germania), cambiava nome ai personaggi, ma metteva sullo schermo la storia narrata da Stoker, realizzando uno dei capolavori dell’ espressionismo tedesco e della storia del Cinema. Eggers ha sempre dichiarato che realizzare la sua versione di Nosferatu era il suo progetto fin dal principio della sua carriera e le scelte visive del suo secondo lungometraggio (The Lighthouse) mostravano una padronanza di una cifra stilistica che molto si rispecchia nelle opere prodotte prevalentemente da registi tedeschi negli anni 20. Eggers si trova pertanto a dirigere un film che visivamente è profondamente affine alle sue inclinazioni stilistiche, creando fotogrammi perfetti nella loro ricostruzione di un epoca, di una cultura, di un momento storico, accompagnate da tutte quelle felici intrusioni di atmosfere gotiche, decadenti, malsane, inquietanti.
L’ombra di una mano che pone tutti sotto un unico cielo oscuro
Il suo ritratto del male è però più ampio del rapporto fra la protagonista Ellen e il vampiro Conte Orlok, è una epidemia, una vera malattia, è morte e corruzione della carne che investe tutto e tutti, che si diffonde come una infezione, che contagia come un virus, un’ ombra, che come quella della mano del non morto, oscura tutto il cielo.
Del resto è chiaro fin dalle prime manifestazioni di possessione demoniaca di Ellen, che non ci troviamo difronte ad una visione puramente fantasticata del male; Ellen ha sofferto di Melanconia e quando manifesta il suo malessere lo fa con stati convulsivi, spasmi muscolari, deliri psicotici. La Ellen di Lily-Rose Depp è molto legata ad una aderenza alla realtà nel suo malessere, che è lungi dall’ essere un rapporto romantico con il male, è un rapporto profondamente legato al corpo e viene da chiedersi in un primo momento, se quell’ ombra che viene a farle visita, non sia altro che una manifestazione di un pensiero di morte che già cova dentro di sé, che le pervade il cervello.
Approccio moderno e riscoperta del sovrannaturale
Il dualismo che si trova a mettere sullo schermo, ma con il quale si scontra Eggers nell’ evoluzione della narrazione, è che, passati ormai più di cento anni dal film di Murnau, è inevitabile non porsi nei confronti di una storia di vampiri, creando una dicotomia, mai risolta e forse non risolvibile, fra un approccio razionale, moderno e pragmatico e un tentativo di riscoperta del folkloristico, del mito, del sovrannaturale, che non va spiegato, ma accettato, persino accolto come parte paradossalmente inevitabile della nostra natura. Eggers non dà risposte razionali e nemmeno sembra cercarle, e se la messa in scena è impeccabile e le inquadrature dei meravigliosi quanto inquietanti affreschi in movimento, la sceneggiatura finisce nella seconda parte per essere troppo esplicita, come se semplicemente descrivendo a parole si potesse giustificare l’ingiustificabile. Rimane un’ opera che conquista con una padronanza dello sguardo registico che cattura grazie ad un fascino profondo e ad un uso delle immagini che descrivono un senso di morte e di prosciugamento di ogni spinta vitale che le scelte puramente visive e cromatiche da sole raccontano molto meglio di tante parole.
