Recensione di The Dog Stars – Le Stelle Dopo la Fine, il nuovo film diretto e prodotto da Ridley Scott e scritto da Mark L. Smith. La pellicola è tratto dal bestseller di Peter Heller, The Dog Stars – Le Stelle Dopo la Fine e interpretato da Jacob Elordi, Josh Brolin, Margaret Qualley, Allison Janney, Benedict Wong e Guy Pearce. Nelle sale italiane da oggi 26 agosto.

Stelle che tornano a brillare e nuove costellazioni, ma non è la fantascienza di Scott

Le stelle tornano ad essere chiaramente visibili e nuove costellazioni ad essere “create”, ma non c’è traccia dello Scott dei suoi titoli di fantascienza, in un mondo post apocalittico che avrà anche le sembianze di un prodotto cinematografico che vuole descrivere un futuro distopico, ma guarda molto più attentamente al passato, ad una tentativo di imitare una iconografia classica. Ridley Scott, sempre efficace nell’ introdurci rapidamente in nuovi mondi ed atmosfere (qui fatte di paesaggi ampi e immersi nella nebbia, tempi dilatati, luci fredde e colori desaturati dal DP Erik Messerschmidt), meno nel popolarli dei personaggi giusti e con un particolare fascino, ci porta in Colorado e ci mostra una Denver ormai abbandonata, tornata nelle mani della natura.

Un futuro nel quale ritorna la Frontiera del Western

Vicino la capitale dello stato, Hig, un meccanico e Bangley, un ex Marine, interpretati rispettivamente da Jacob Elordy e Josh Brolin, vivono in un piccolo campo di aviazione che ricorda in tutto un Forte della vecchia frontiera, un insediamento delle giubbe blu, (del resto siamo in pieno West), guidato da un uomo dalla mentalità reazionaria, Brolin, probabilmente un survivalista, che ha incontrato la pandemia giusta per lui, che si è preparato tutta la vita al peggio e sembra appagato dall’ isolamento ormai necessario. Hig, più giovane, ancora curioso, che sente un messaggio radio, storicamente non un buon segno in un film di Ridley Scott, e vuole raggiungere la fonte con il suo Cesnna, anche perché ogni volta che si avvicina in volo alla parete di una montagna contempla la possibilità di mettere la parola fine alla sua storia, se non c’è modo di arricchirla.

I sopravvissuti minacciati da nuove ombre rosse

Come in tutti i film post apocalittici non tutti i sopravvissuti si isolano, altri formano piccoli gruppi o veri e propri “branchi” che razziano, distruggono e corrompono, ma Scott li descrive molto simili a come gli indiani d’ America erano impressi su pellicola negli anni trenta e quaranta; anonimi, privi di volto, privi di spessore, delle ombre che non saranno rosse, ma tanto ricordano i nativi del film del 39 di Ford.

Una dicotomia interiore fra vita passata e presente che non si percepisce

Il mondo prima della pandemia che ha devastato tutto è narrato dai protagonisti, ma non c’è nel loro profilo l’ esperienza della perdita, sembrano anche loro più figli di pionieri, che hanno abbandonato la vita pregressa, abituati a valori e stili di vita da ranch; non traspare nei loro occhi un anima invecchiata dai lutti, segnata dagli eventi catastrofici che hanno vissuto, combattuta dalla dicotomia fra chi erano in un contesto precedente e chi sono dovuti diventare in questa realtà. Il punto di vista del regista sembra oscillare fra classico e francamente infantile, con sequenze di azione ben realizzate, dagli scontri armati fra sopravvissuti ad una carica di bufali, ma una predominanza bucolica degli ambienti e una ingenuità di fondo dei due giovani protagonisti, sui silenzi dei quali spesso l’ obiettivo indugia (Elordy e Qualley), che risulta ormai anacronistica, che è deficitaria di quel cinismo che ha un Mad Max e di quello sguardo spietato del western post moderno, a partire da Sentieri Selvaggi di Ford.

L’ accettazione di un ambiente selvaggio, ostile, senza memoria per sopravvivere

Il ritorno al “passato”, (che per noi sarebbe il presente), è rappresentato da Scott con un microcosmo, quello veramente distopico, ma che comporta anche un viraggio troppo netto nel ritmo e nello stile del film, che è profondamente artificioso e artificiale, addirittura robotico e che rappresenta solo una spaccato critico della società tecnologica.

L’ unico modello di vita appare essere quello dei coloni che conquistarono il West, ma la frontiera non è più un mito, non conserva il fascino della leggenda. La realizzazione ultima è che non c’è, e forse non c’è mai stato, un sogno (ne un passato), solo l’ accettazione di un ambiente selvaggio, ostile, senza memoria e che aspira ad una forma di innocenza, nel quale trovare la via “migliore” per conciliare le due visoni di Bangley e Hig, la prima radicata nel concetto di sopravvivenza esclusiva e solitaria, la seconda aperta a un nuovo quanto ancestrale concetto di comunità, per riuscire ad andare avanti e ricominciare a guardare al cielo, trovando nelle stelle nuovi segni e significati.