
La stanza delle meraviglie ‘Wonderstruck’, con Julianne Moore e Michelle Williams, è il nuovo film diretto da Todd Haynes, da un romazo di Brian Selznick. Racconta due storie parallele di solitudine, lontane nel tempo e nello spazio, in cerca di un punto di incontro.
La stanza delle meraviglie, l’artificio formale di Todd Haynes
Una esperienza epidermica che ci avvolge durante l’intera pellicola. Un viaggio nella storia di tutte le forme di espressione delle quali il cinema si è avvalso nel corso della sua breve esistenza. Questo è prima di tutto La stanza delle meraviglie, presentato alla 70ª edizione del Festival di Cannes. Un film che ripercorre la vita e le fasi evolutive più importanti della settima arte stessa. Dalla giovinezza fatta di comunicazione non verbale, uso di suoni e rumori che suggeriscono acusticamente l’oggetto o l’azione, allo sfruttamento di una forma di locuzione ancora immatura ma efficace.
Una
realtà primordiale, quella descritta sapientemente dal regista,
nella quale l’occhio della cinepresa non riesce ancora a cogliere
le cromie e rielabora le immagine in vellutate sfumature argentee e
nello spettro di variazioni luminose che oscillano fra il nero e il
bianco; in uno scorrere di figure dagli sfondi tratteggiati con
profili semplificati, che assumono un valore
simbolico.
L’introduzione del sonoro, che rappresentò una
cesura importantissima nelle strategie di trasmissione del messaggio,
da il la alla conseguente ricerca di un adeguamento ad un progresso
tanto inevitabile, quanto spaventoso. La fuga verso un contesto
diverso nel quale maturare ed elaborare le proprie capacità creative
infantili.
Il momento di passaggio, nel quale la narrazione
diventa stop motion e animazione, diorama all’interno dei quali
immortalare attimi dal significato espanso nel tempo e nello spazio,
forma il pertugio all’interno dei quale si raccoglie il ricordo dei
nostri vissuti.
Una fase ultima, che fluisce contrapposta e di
concerto, e va a terminare il film; la pellicola qui imprime i colori
primari e li mescola derivandone tutta la paletta cromatica. Una
maturità che scopre la parola, ma in modo metaforico rielabora il
suo passato, ritrovando, proprio attraverso un tentativo fallimentare
di connessione (telefonica), l’importanza e la valenza di tutte le
manifestazioni sensoriali.
Le due solitudini parallele
Due
storie (una è ambientata nel 1927, l’altra nel 77) che procedono
su due binari temporali, separati da un sapiente uso del montaggio e
da 50 anni di immagini taciute, si dipanano nel nuovo film di Tod
Haynes.
Un film che come dice il titolo è la stanza delle
meraviglie, una collezione di contenuti dal valore simbolico e
storico. Il regista, in veste di curatore, decide di esporre e
condividere tali manufatti, racchiudendo degli oggetti che passano
dall’avere un valore affettivo ed emotivo personale ad acquisire
un’ importanza universale, raccontando, come ogni museo, la storia
di tutti.
La
stanza delle meraviglie è
un percorso composito attraverso il cinema, ma anche una storia di
abbandoni che cerca attraverso i vari livelli di lettura di unire due
solitudini separate dal tempo in una nuova forma di relazione.
Il
concetto che la “fotografia” di un paesaggio riveli molto di chi
lo ha guardato e immortalato (che sia un modello e non una istantanea
conta poco), del suo passato e del suo futuro, assume nel film di
Haynes un senso ancora più profondo e letterale, divenendo a tutti
gli effetti l’anello di congiunzione fra due epoche e fra due
storie. Una cartina geografica tridimensionale che non racconta solo
un luogo, ma lo scorrere di una vita all’interno di quelle
strutture, che ne sono testimoni. Una mappa che conduce verso la
scoperta sia delle proprie origini che del proprio lascito, che porta
ad un tesoro emotivo e simbolico fatto di connessioni interpersonali.
Il film arriverà nelle sale italiane il 14 giugno 2018.
