
La seconda stagione di Westworld, la serie HBO creata da Jonathan Nolan e Lisa Joy, in onda su Sky Atlantic, ci porta dentro il labirintico conflitto fra umano e artificiale, smarrendo parte del suo fascino innovativo.
Westworld, stagione 2: il tempo secondo Nolan
C’è un tema che caratterizza la scrittura di Jonathan Nolan sin da Memento e che ha dato linfa vitale a tutte le collaborazioni con il fratello Christopher, ovvero il tempo. Reale, percepito, scandito dall’alternanza del montaggio, incalcolabile perché non se ne sente lo scorrere, sviluppato in linee narrative parallele, espanso in un sogno, incongruo rispetto al naturale alternarsi di giorno e notte come in Insomnia: il tempo è sempre protagonista.
Cosa accadrebbe se il tempo fosse artificialmente azzerato ma i ricordi soppressi del passato tornassero alla mente tutti insieme? questo è al centro della seconda stagione di Westworld. Come insegna Tyrell in Blade Runner, dare ad una intelligenza artificiale dei ricordi fatti su misura la aiuta a comprendere ed elaborare in breve tempo il presente. I robot di Westworld però non hanno una vita sola, una sola raccolta di memorie; ne hanno percorse molte e il personaggio che è stato scritto per loro non è in grado di assimilarle e comprenderle, non ha mai vissuto una singola vita abbastanza a lungo per maturare, e tutti i flash degli anni passati sfrecciano di fronte ai suoi occhi come immagini violente e macabre.
Gli androidi reagiscono pertanto in maniera immatura, impulsiva, ribelle. Siamo di fronte ad una forma di vita che si sta evolvendo e non accetta più di seguire le storyline dei suoi padri, ma vuole scrivere la sua personale vicenda. La costruzione, a maggior ragione se riguarda il proprio mondo e se stessi, è tutt’altro che un processo naturale e innocuo; è un percorso che deve passare per la distruzione, per la ribellione violenta.
Gli host di Westworld appaiono confusi su loro stessi e sulle loro reali intenzioni perché le loro menti sono frammentate tanto quanto i ricordi più ancestrali. La rottura di un loop li porta a deviare pericolosamente verso sentieri narrativi selvaggi e aspri.
Tanti erano gli interrogativi ricchi di fascino che costellavano la prima stagione, molti sarebbero rimasti irrisolti, ma rimanevano in una struttura solida. La narrazione di Westworld 2 è complessa fino a divenire complicata per uso e abuso di artifici temporali e spaziali . Gli orizzonti si ampliano, sia nel parco che al di fuori, ma appaiono sfuocati.
Il labirinto non è fatto per noi
Tutto il dilemma interiore dei robot partiva da un labirinto. Ma che cosa è un labirinto? Un luogo costruito per perdervisi dentro, un enigma tridimensionale dalle origini antichissime, un circuito fatto di tante vie, ognuna a suo modo esplorabile, ma delle quali solo una conduce verso l’uscita. Gli androidi sono ossessionati da esso perché è il luogo nel quale nascondono i propri “sogni” agli ospiti, dove il loop acquista un senso più profondo e dove la speranza di trovare un varco tiene in piedi l’illusione di realtà.
Il
labirinto non è più solo il simbolo di un sistema nervoso
artificiale, la metafora di una visione antropocentrica, le cui
circonvoluzioni mettono l’uomo al centro della creazione come nella
Cappella Sistina. Ormai le intersezioni che dividevano le varie
sezioni sono state perforate in senso proprio. Ne è testimonianza il
fluido che sgorga dall’ orecchio degli host, organo acustico che al
suo interno è anatomicamente un labirinto. Non a caso il messaggio
verbale è il filo di Arianna che permette di guidare gli
androidi e, se si è trovata una “nuova voce”, di bypassare la
barriera timpanica e comunicare direttamente con il dedalo più
complesso e attiguo, nel quale i suoni vengono elaborati e
trasformati in significato e azione.
Dolores
aveva ragione: “the maze is not ment for us”
