Alessandro Allemand14 Luglio 2018

Arriva su Infinity dal 14 luglio Manchester by the Sea, il film diretto da Kenneth Lonergan e interpretato da Casey Affleck, vincitore di due premi Oscar.

Manchester by the Sea e il suo dolore nascosto

Ci sono film che urlano il dolore emozionale come fosse una reazione ad un colpo inferto da una lama, sbattendolo in faccia allo spettatore, cercando di sollecitare un coinvolgimento emotivo per emulazione di una immagine, non attraverso l’elaborazione di un pensiero che quell’immagine sottende. In Manchester by the sea Kenneth Lonergan sceglie esattamente la via opposta. Ci presenta un personaggio, Lee Chandler, interpretato da Casey Affleck, che lavoro come Handyman in due condomini della periferia di Boston; fa lavori umili, manuali, ripetitivi, interagisce poco o nulla con i condomini e in generale con il resto del mondo e se lo fa no riesce a farlo in modo congruo.

Lee è un uomo che cerca nella routine e nella banalità della vita che trascina di rimanere avvolto dal silenzio e dalla solitudine, che sembra bramare, con quello sguardo cupo, rivolto verso il basso, sfuggente, l’isolamento emozionale, acustico, umano, che forma l’unica barriera accettabile dal dolore incontrollabile che porta dentro, da quell’urlo strozzato in un sospiro di rassegnazione. È un grado di sofferenza, quella che pesa sulle spalle del protagonista, che non può essere condivisa, che va taciuta, tenuta nascosta come qualcosa di troppo intimo e personale, qualcosa che sai che purtroppo è solo tuo e sarà tuo per sempre.

Il tempo che ferisce

Tutto questo il regista lo suggerisce fin dall’inizio, ma lo espande sapientemente su di un film che non corre dietro ad un sensazionalismo del dramma, ma che raccoglie, attraverso il montaggio e l’alternarsi dei piani temporali, pezzo dopo pezzo, tutti i frammenti dell’animo del suo protagonista. La pellicola non si sofferma sul tentativo di ricostruire una forma che ormai è troppo danneggiata, lascia che le reazioni, anche le più minimaliste, rivelino un pezzo di un puzzle che in buona parte rimarrà incompleto, perché è giusto così, perché alcune perdite non sono sostituibili ne camuffabili, perché a volte non si può sperare di ricominciare, ma solo andare avanti, anelando un immobilismo di quel tempo che non scorrerà mai abbastanza veloce e che preferiresti si fermasse del tutto.

La vita di Lee però non è destinata a lasciarlo stare in questa sua guerra interiorizzata, da solo e lontano da tutti, in un appartamento che sembra più una cella monastica. La perdita del fratello lo porterà a tornare nella natia cittadina del Massachusetts che da il titolo al film, per svolgere l’ultimo ruolo per il quale voglia e possa sentirsi pronto: quello della figura genitoriale per il nipote rimasto orfano.

L’orizzonte perduto di Manchester by the Sea

L’interpretazione di Affleck è fatta di sguardi, gesti e poche parole, ma efficacissima. Gli incontri con il suo passato, che lo aspetta insidioso sulla costa nord orientale degli States, personificato da una Michelle Williams che regala pochi, ma intensi minuti, lasciano nello spettatore un senso di strisciante disperazione mista ad impotenza, di fronte ad un dolore che seguiamo partecipi, ma che è narrato in modo coerente, come troppo intimo perché si possa pretendere di comprenderlo fino in fondo.

Kenneth Lonergan dirige coraggiosamente un film che non sa e non vuole sciogliere tutti i nodi, che è consapevole che il finale non sarà risolutivo, ma che sceglie di affrontare ogni risvolto della trama come il suo protagonista, cercando di riparare ciò che è guasto un pezzo alla volta, provando a risolvere quello che riesce a gestire, perfettamente consapevole che un viaggio sulla barca di famiglia con il nipote affianco non lo porterà verso quella linea d’orizzonte che è persa per sempre.