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Arriva su Infinity dal 15 luglio Batman v Superman: Dawn of Justice, il film diretto da Zack Snyder che vede protagonisti Ben Affleck e Henry Cavill nei panni dei due iconici supereroi.

Batman v Superman: uomini e dei a confronto

Citando il David Carradine di Kill Bill: “Superman non diventa Superman , Superman è nato Superman”. C’è sempre stato un contrasto fra le varie incarnazioni dei super eroi e delle loro “nemesi”, un dualismo dato dal fatto che, pur rincorrendo nel bene e nel male obiettivi simili, gli strumenti per perseguirli erano assai diversi. Zack Snyder ha diretto nel 2006 un ottimo adattamento di Watchmen e pertanto quali siano tutte le sfumature con le quali viene declinata la figura del protagonista di una graphic novel, lo sa bene e non rivedere elementi del dr. Manatthan nel figlio di Kripton è impossibile.

Già in quella pellicola, dallo scarso successo commerciale, il regista poneva delle interessanti questioni sulla pericolosità di una figura sovrumana all’interno del nostro mondo, chiedendosi cosa accadrebbe se i legami così fragili fra il divino e l’umano si compromettessero, quali potrebbero esserne le conseguenze alle quali si andrebbe incontro.

In Batman v Superman il punto di vista predominante e la linfa che da vita al conflitto, urlato nel titolo, è proprio una dicotomia fra un superuomo, un alieno, le cui scelte morali sono alla base della nostra sopravvivenza o meno e quella del vigilante di Gotham. Snyder si allontana da qualsiasi predecessore nel portare sullo schermo il cavaliere oscuro, mostrandocene una versione estremamente cupa, conflittuale, disillusa, cinica, una figura a metà fra il Nite owl e il Rorschach  di Watchmen. L’ossessione di Batman per i metahuman è giustificata da un fatto più subdolo di quello che possa apparire in prima istanza.

Bruce Wayne non ha poteri innati, deve indossare un costume per diventare l’uomo pipistrello e ne paga ogni volta un prezzo visibile sul suo corpo, che, seppur allenato, è pur sempre fatto di carne e ossa, ma ancora più evidente nel suo animo. Pian piano sembra distaccarsi da quella umanità di cui vorrebbe essere il protettore, ma nella quale sembra non riconoscersi più e la comparsa di un non umano spinge questa sua lotta interiorizzata su di un piano più concreto.

L’alba della giustizia

Non si era mai visto un Batman che ricorreva ad una armatura così massiccia e così fortemente tecnologica da rendere i movimenti meccanici, lontani dal naturale, artificiali nel ritmo. Qui si insinua un altro dualismo ben rappresentato nel film: la capacità di sfruttare le proprie doti naturali e innate per perseguire i propri scopi e quella di far uso della tecnologia, della teatralità, di una maschera pesante,  per rendere il proprio operato visibile e di più facile fruizione per la folla, perché apparentemente  manicheo nel modo di porsi. I conflitti che affronta il cavaliere di Gotham sono fra una giustizia, anche se ormai interpretata molto più brutalmente, e la criminalità e la follia.

Superman è messo di fronte a contrasti molto più sfaccettati e molto più sfumati. L’uomo d’acciaio non combatte per la giustizia, combatte per la sopravvivenza, affronta minacce che sono fuori dal nostro mondo, ma che rappresentano il suo e che pertanto sono intrecciate indissolubilmente e pericolosamente alle sue radici più ancestrali e alla sua gianica identità.

Da questi elementi nasce un conflitto fra le due figure, una drammatica battaglia fra due punti di vista entrambi legittimi e sensati seppur così diversi, uno scontro che non può che essere risolto in una alleanza. Del resto è l’alba della giustizia e non c’è modo migliore di consolidare una lega se non attraverso un traumatico modellamento delle materie prime che si vogliono unire, sottoponendole a cambiamenti di temperatura e a vessazioni fisiche, andando ad intaccarne in modo parziale l’integrità strutturale, perché ne nasca uno scheletro di legami più solido.

In fondo la mano di Snyder alla regia è molto più a suo agio in una fucina incandescente, che in una cristalleria. Non è certo nel raffinato che il regista cerca la sua voce; lo fa in modo grossolano, ma a suo modo fascinoso.

Dei e mostri: il tramonto dell’immortalità in Batman v Superman

Come è inevitabile che sia, sarà il riconoscimento di ambo le parti  di un attaccamento al loro passato umano, alle loro origini, ai loro punti di convergenza, a donare un nuovo spessore al conflitto,  perché, seppur figli di due realtà diverse (Clark Kent viene da una fattoria,  Bruce Wayne è il rampollo della più ricca famiglia di Gotham), alla fine sono entrambi orfani e accumunati da una componente affettiva che più umana non si può.

La manifestazione della pericolosità del sovrumano alieno diverrà un elemento concreto, come temuto da Batman, ma per mano umana (un Lex Luthor troppo sopra le righe di Jesse Eisemberg) e la comparsa di una alleata Wonder Woman (una Gal Gadot, divina sì, ma profondamente legata ad un mito terrestre), farà convergere definitivamente i punti di vista dei super eroi su di un piano filosofico imperfetto, ma sufficientemente stabile.

Nel film di Snyder c’è però fin dall’inizio uno strisciante e disturbante senso di morte, di caducità, di funesto e in qualche modo questa fatale atmosfera, antitetica alla rassicurante serialità, troverà una sua significativa e simbolica via per mostrarsi, una sua coerente e scioccante rappresentazione.