Presentato al Toronto Film Festival due anni fa , arriva ora nelle sale italiane La mia vita con John F. Donovan di Xavier Dolan
L’oggetto misterioso di Dolan
Se ne è parlato molto di questo oggetto misterioso, visto da pochi e piaciuto a nessuno, delle sue peripezie al montaggio durato due anni, di una intera sottotrama che coinvolgeva Jessica Chastain e che è finita nel cesto della pellicola. Si potrebbe pensare che Dolan abbia messo a nudo tutto se stesso nei 123 minuti che lo compongono e forse l’intenzione era quella. Di sicuro il prodigio del quebeq,passato rapidamente ( forse troppo) da stella nascente ad autore, qui al suo primo film in lingua inglese,a dieci anni dal suo debutto come regista con “I Killed My Mother”, si sente troppo confidente nelle sue abilità narrative, costruendo un film che sembra più un insieme di pezzi più o meno ben incastonati gli uni negli altri e di idee parzialmente espresse e spesso in modo incongruo.
Il film aspira ad essere una riflessione profonda su come la nostra stessa identità specie nei momenti topici della crescita subisca una influenza decisiva da parte del prodotto audiovisivo, cinema in primis, ma anche sul sentimento soave e mortifero al contempo che porta persone ad affrontare la loro diversità e il loro essere ancora privi di una identità definita verso una certa professione che li illuda di trovare un terreno fertile per esprimersi liberamente. Insomma Dolan che ragiona su se stesso ed esalta la sua storia di formazione romanzata; un artista che cerca di percepire il reale con una sensibilità più spiccata ed è pronto a rivolgere a noi il suo vero volto,anche esagerando e sbattendocelo in faccia
La ricerca di un rapporto puro
Lo scambio epistolare centrale nel film, tra il bambino Rupert e la star in ascesa rimane sempre molto misterioso, ma viene da pensare che quelle lettere scritte da Donovan a mano e con inchiostro rigorosamente verde fossero una ricerca di una purezza di rapporto per una persona che essendo omosessuale è costretta a vivere la sua vita come una continua esibizione. Dolan sembra volerci narrare una storia di condivisione per iscritto dei propri angoli più intimi, facendo di Donovan un esempio di celebrità che lui da piccolo non ha avuto almeno non con queste caratteristiche.
Tutto il film viene narrato in flash back in un bar nel quale una giornalista di alto calibro (Thandie Newton) si appresta ad intervistare mal volentieri Rupert, ormai adulto e attore ( da Ben Schnetzer, ), sul suo nuovo libro, che riguarda appunto la sua vita con Donovan.
Più semplice di come appaia
Alla fotografia come al solito André Turpin che porta un alto grado di sensibilità visiva alla storia,nella ricerca di colori spesso desaturati e di primi piani che indugiano e indagano i volti dei protagonisti, in un rapporto quasi intimo con l’obiettivo.
La sceneggiatura di Dolan sembra voler esprimere con assoluta sincerità determinate idee, ma non vi riesce fino in fondo. L’approfondimento sul dramma esistenziale su cosa sia la vita e cosa sia e debba apparire la vita di un artista rimane in superficie.
Forse tutto questo progetto di Dolan è più semplice di quello che appaia e ce lo conferma il monologo nel finale di Michael Gambon che dice alla star che combatte con i suoi demoni: “Ti guardo, e tutto quello che vedo è una persona il cui lavoro è importante per mio nipote”.
