Esce nelle sale il quarto capitolo della saga sui giocattoli creato dalla Pixar. A dirigerlo Josh Cooley.

Toy Story 4: un prodotto filmico inconsueto

Arriva inaspettato questo Toy Story 4, dopo quella che sembrava una trilogia che aveva espresso tutto il suo potenziale nei primi tre episodi ( l’ultimo del 2009). Poteva essere una mera operazione commerciale , un altro sequel per sfruttare un franchise ben collaudato e di successo e che in Toy Story 3 si era già concluso egregiamente. Certo non sfugge il fatto che i primi tre film abbiano incassato quasi 2 miliardi di dollari e che un film sui giocattoli è di per se anche una pubblicità a tutte le riproduzioni e al merchandising dei giocattoli stessi. La Pixar invece ci porta di fronte ad un prodotto filmico inconsueto, nel quale la polvere che si poteva essere accumulata in 10 anni viene subito spazzata via, anche in senso proprio.

Tuttavia questa quarta pellicola appare imperfetta, appoggiandosi molto su nuovi personaggi introdotti o ritrovati e lasciando più sullo sfondo le dinamiche di amicizia e mutuo soccorso del nucleo originale di giocattoli che aveva caratterizzato i film fino al terzo.

Il dilemma esistenziale di Forky

L’anima, e il termine non è usato per sbaglio, di queste new entry è Forky, un giocattolo creato da Bonnie mettendo insieme una forchetta di plastica un laccio e una stecca di gelato spezzata in due come piedi. Due occhi asimmetrici sul “volto” ed ecco il nuovo giocattolo e oggetto transizionale per la traumatica entrata all’asilo. Il problema sorge perché Forky, una volta diventato senziente vuole tornare da dove proviene nella spazzatura. In senso metaforico non accetta di esistere e si sente più a suo agio in una condizione che somiglia ad un suicidio. Sarà Woody a provare a convincerlo della sua reale funzione per se stesso e soprattutto per  Bonnie.

L’insostenibile leggerezza dell’essere

Al suo primo lungometraggio Josh Cooley, coautore della sceneggiatura “Inside Out” fa un buon lavoro nel rendere il ritmo del film accattivante con una lunga sequenza in un negozio di antiquariato che rimanda all’horror, con questa bambola nata difettosa Gabby Gabby, che cerca di strappare il ripetitore vocale a Woody,  ma che in fin dei conti è sempre una riflessione sulla diversità e sulla volontà di essere qualcosa di vero per qualcuno

Il film pone delle questioni esistenziali chiedendosi cosa significhi essere , cosa voglia dire esistere solo in funzione dell’amore e  dell’affetto che qualcuno nutre per noi; cosa significhi essere vivo e adempiere al proprio destino così come trovare la spinta vitalistica e decidere di esistere per se stessi, indipendenti, autonomi e in un senso più alto elevarsi ad un livello superiore di auto consapevolezza. Tutti temi che non ci si aspetta in un film per “bambini”, ma che vengono trattati con un tale tatto da rendere il film in questo più profondo dei precedenti.