Esce il 5 dicembre nelle nostre sale La stanza accanto, il film di Pedro Almodóvar che ha trionfato alla passata edizione del Festival di Venezia e che vede protagoniste, per la prima volta, due attrici,Tilda Swinton e Julianne Moore, che recitano in lingua inglese.

“People in the Sun” secondo Almodóvar

Nella villa dove si svolge tutta la seconda parte di La stanza accanto, vi è un quadro di Hopper appeso a parete “People in the Sun”. Le due protagoniste lo notano subito e deducono che si tratti di un falso, se fosse vero non starebbe lì. Almodòvar gira il suo primo film negli Stati Uniti e in lingua inglese e porta sul grande schermo ancora una volta due figure femminili che hanno vissuto buona parte della loro vita in parallelo. Sono state collaboratrici di un giornale newyorkese negli anni 80, poi le strade si sono divise nettamente.

Sovrapposizioni di immagini e riferimenti artistici

È un film di sovrapposizioni di immagini e temi La stanza accanto, ricchissimo, a volte in modo eccessivo, di riferimenti artistici, letterari in primis, ma anche cinematografici; è il racconto di due donne, due scrittrici, che sono partite insieme, ma poi una è divenuta una scrittrice di romanzi, l’ altra una reporter dalle zone di guerra. In questo contrasto fra la necessità di ricorrere alla finzione per riuscire a narrare e quello di vivere esperienze dirette durissime e pericolose per raccontare nel modo più aderente possibile la realtà, c’è uno dei fulcri del nuovo film del regista spagnolo. Nuovamente, dopo Dolor Y Gloria, la vita di due persone si intreccia dopo lungo tempo ed in un momento estremamente difficile per una delle due.

Condividere l’incondivisibile

Altro tema centrale di entrambi i film è la malattia e in quest’ ultimo la morte e il modo di viverla, raccontarla, ma soprattutto illudersi che possa essere condivisa, forse in futuro, persino romanzata. La reporter di guerra, interpretata da Tilda Swinton sembrerebbe volere proprio questo, e infatti chiede alla scrittrice di narrativa ispirata a persone reali, Julianne Moore, di alloggiare nella stanza accanto negli ultimi giorni che le restano, perché, per sua stessa ammissione, ha raccontato tante guerre, ma questa sua guerra personale con il cancro non è in grado di organizzarla in parole. Il problema è che questa guerra non si sente probabilmente di vederla in modo oggettivo e avere accanto uno sguardo amico, ma non complice in ogni declinazione del termine, e aduso a rivisitare in modo realistico, verosimile,  ma non fotografico, la realtà, le dà la possibilità di bilanciare la sua cruda razionalità con una possibile rielaborazione del proprio vissuto in chiave quasi “cinematografica”.

Il cinema come testamento e via di resurrezione

E allora ecco che, dopo la fine di una vita, si può riapparire attraverso il personaggio di una figlia, tornare in scena, sedersi nuovamente al sole e persino vedere cadere fiocchi di neve, come nel finale, più volte citato, di Gente di Dublino. C’è però una freddezza di fondo nel racconto di Almodçvar, una scelta di un linguaggio visivo troppo costruito, che non agevola la penetrazione sottopelle delle spettatore dell’ emotività di cui si parla. La realtà è che Hopper è un ottimo punto di partenza per raccontare una storia americana, e se parliamo di stanze, forse è il pittore che meglio le ha sapute declinare, ma la sua cifra stilistica è sempre quella di una solitudine che permea ogni singola figura dei suoi quadri,  una malinconia che trafigge spietata l’ occhio di chi guarda; il film di Almodòvar invece sembra non riuscire a conciliare fino in fondo il senso di morte e la ricerca di un modo per continuare ad esistere, per  lasciare il segno. E allora l’ opera di Hopper appesa al muro della villa è un ottima riproduzione, ma come la figlia del personaggio di Tilda Swinton, non la percepiamo come qualcosa di originale, nè di vero e purtroppo nemmeno di riuscito fino in fondo dal punto di vista cinematografico.